O mio capitano

Come avremmo sopportato la guerra,
noi rose di serra?
Come avremmo mitigato degli oceani l’indulgenza?
Pesci e aranci in bocche d’acqua
– addio per sempre –
e le separazioni?
Un sobbalzo
due per un insetto
per una morte piccola
per il figlio distratto dal gioco
della grande ruota.
Le separazioni – ogni separazione;

spine infettano senza panacea di cerimonia
in sordina passano stagioni
noi: lana nella neve
fasce contenitive d’ogni improvviso starnuto
– così previdenti da non prevedere morte.
Abbiamo guardato il fondo nel secchio di latta
gelato dopo le piogge
e non abbiamo visto né il viso né il malinconico balzo della sorgente.

Ti avrei sognato come oggi, alto affresco in casa d’epoca
sotto le volte
sulla battigia con il fumo di una pipa
puerile tenero, una dipartita – non lo sanno – eppure temono:
la paura ha radici bianche.

Come accogliere la mancanza di tutte le mancanze?
La madre, le pelli secche.
Ricordi il tuono dei bombardieri?
No, non ricordi, nemmeno io
– la verità fra tante.
In marcia, al chiaro di luna la rena che porta via le tracce
in fuga dai mitra allattati al seno roseo
e purpureo.
La causa.
Anni senza te
sapendoti, avrei amato il sibilo nelle orecchie
la conta delle ore dal colore dei lobi tuoi – la scadenza;

finite le munizioni i soldati
fanno ritorno alle loro bocche, rosa pesca di donna.

La mia bocca
rosa pesca.

08.07.2013
Angela Fragiacomo
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