Nazim Hikmet

Nazim Hikmet

Nazim Hikmet

Nazim Hikmet – biography

UNO STRANO VIAGGIO – L’AVANA, 1962

All’alba, tutt’a un tratto, l’espresso
entrò nella stazione, coperto di neve.
Stavo sul marciapiede, col bavero del cappotto rialzato,
e non c’era nessuno, sul marciapiede, all’infuori di me.
Un finestrino del vagone letto mi si fermò davanti
con le tendine scostate.
Nella penombra, sulla cuccetta bassa, dormiva una giovane donna
aveva i capelli di fieno biondo, le ciglia azzurre
le labbra rosse e piene lievemente imbronciate.
Non vedevo, dal marciapiede,
chi dormisse nella cuccetta più in alto.
Di sorpresa, senza rumore, l’espresso
partì dalla stazione.
Non so da dove venisse, né dove fosse diretto.
Lo guardai che s’allontanava.
Nella cuccetta di su, sono io stesso
che dormo
a Varsavia, Hotel Bristol:
da anni non m’ero immerso in un sonno così profondo.
Eppure il mio letto è stretto, è di legno.
Sull’altro letto dorme una giovane donna
dai capelli di fieno biondo, dai cigli azzurri
e il suo collo rotondo è lungo e bianco:
da anni non s’era immersa in un sonno così profondo.
Eppure il suo letto è stretto, è di legno.
Il tempo avanza rapido; ci avviciniamo al mezzo delle notti.
Da anni non c’eravamo immersi in sonni così profondi.
Eppure i letti sono stretti, sono di legno.
Scendo giù per le scale, dal quarto piano;
di nuovo, l’ascensore è guasto.
Scendo giù per le scale, negli specchi.
Quanti anni ho? Forse venti? Forse cento?
II tempo avanza, rapido; m’avvicino al mezzo delle notti.
Al terzo piano, oltre una porta, una donna sta ridendo.
Lentamente, assai lentamente, una rosa triste si spampana alla mia destra.
Al secondo piano, ho incontrato una ballerina cubana
nelle finestre bianche di neve:
è passata sulla mia fronte come una fiamma fresca e bruna.
Già da molto il poeta Guillen è rientrato all’Avana.
Per anni, nei vestiboli degli alberghi d’Asia e d’Europa,
seduti di fronte abbiam bevuto a sorsi la nostalgia delle nostre città.
Due cose non si dimenticano fino alla morte
il viso di nostra madre e il viso della nostra città.
Come vecchi caicchi dalle gomene sciolte
all’alba, nell’inverno, ondeggiano al vento i balconi di legno;
la mia grande Istanbul si risveglia
dalle ceneri di un braciere
di lamiere di ferro.
Due cose non si dimenticano fino alla morte.
Il portiere, nel suo pastrano inzuppato di notte, mi riaccompagna.
Ho camminato nel vento che soffiava gelido
ho camminato nelle luci di neon.
Il tempo passava, rapido, mi avvicinavo al mezzo delle notti.
D’improvviso, sorsero davanti a me.
Era chiaro come di giorno, là dov’erano, ma nessun altro li vide
se non io.
Era una squadra.
Avevano stivali, pantaloni, uniformi
avevan delle braccia e sulle braccia le croci uncinate
delle mani e nelle mani i fucili mitragliatori.
Avevano delle spalle, e gli elmetti
ma non avevano testa.
Tra le spalle e gli elmetti, era vuoto.
Avevano i colletti, e la nuca,
ma non avevano testa.
Eran di quei soldati di cui non si piange la morte.
Camminavano.
Era chiaro che avevan paura, ciecamente paura.
Si vedeva dai loro stivali.
La paura, si può vederla dagli stivali?
In loro, si vedeva.
Avevano paura, bestialmente paura,
e per paura si misero a tirare senza sosta né fine
su tutti gli edifici su tutti i veicoli su tutto ciò ch’era vivo
su tutte le voci su tutte le luci tiravano all’impazzata.
In via Chopin, fecero fuoco persino contro l’insegna dal pesce blu.
Ma non cadeva un calcinaccio, né un vetro si spezzava
e il sibilo delle pallottole, lo udivo soltanto io.
I morti, anche se sono una squadra di SS, i morti non possono uccidere
con le pallottole la lama o il veleno.
Se rivivono, i morti portano la rovina
entrando nella mela come dei vermi.
I morti, anche se sono una squadra di SS, i morti non possono uccidere.
Ma si vedeva bene che avevan paura, follemente paura.
Questa città, non era forse stata distrutta
prima che fossero distrutti essi stessi?
Questa città, le ossa infrante una a una, non era già fatta a pezzi?
Non avevan fatto rilegature della sua pelle, sapone del suo grasso
e dei suoi capelli coperte?
Ma adesso si ergeva di fronte a loro nella notte, nel vento gelato,
come una pagnotta calda uscita dal forno.
Il tempo avanzava, rapido, mi avvicinavo al mezzo delle notti.
Sulla strada del Belvedere mi misi a pensare ai polacchi:
danzano una mazurka eroica
lungo tutta la loro storia.
Sulla strada del Belvedere mi misi a pensare ai polacchi.
È in questo palazzo che mi concessero la mia prima
e forse la mia ultima decorazione.
Il maestro di cerimonie spalancò la porta bianca e dorata
entrai nel salone grande con una giovane donna
dai capelli di fieno biondo, dai cigli azzurri.
Anzi non c’era nessuno se non noi due
e gli acquarelli e le poltroncine fragili e i canapè
da casa di bambola;
e forse a motivo di questo, tu
tu eri un’immagine tracciata in azzurro pallido, forse una bambola
forse una goccia di luce caduta dal sogno sul mio seno sinistro.
Dormivi nella penombra, nella cuccetta più in basso:
il tuo collo era lungo e rotondo.
Da anni non t’eri immersa in sonni così profondi.
Ecco il bar “Capriccio” a Cracovia;
il tempo avanza, ci avviciniamo al mezzo delle notti.
La separazione era sul tavolo, tra la tazzina di caffè
e la mia limonata;
sei tu che ce l’hai messa.
Era l’acqua, in fondo a un pozzo di pietra:
guardo curvandomi in giù
una bocca sorride dolcemente alle nuvole.
Ti chiamo.
Ma siccome ti ho persa, l’eco della mia voce ritorna.
La separazione era sul tavolo, nel pacco di sigarette;
il cameriere con gli occhiali l’ha messa lì ma sei tu che l’avevi ordinata:
una voluta di fumo è in fondo ai tuoi occhi
in cima alla sigaretta
nell’incavo della tua mano pronta a dare l’addio.
La separazione era sul tavolo nel punto dove appoggi il gomito
in quello che ti passava per la testa
in quello che mi dicevi e in quello che non mi dicevi
era nella tua serenità nella tua fiducia in me
nella tua grande paura.
Innamorarsi a un tratto come se la tua porta si spalancasse di colpo.
Eppure son io che tu ami ma tu non lo sai
e in questo tuo non saperlo
era la separazione.
La separazione sfuggiva alla gravità, non aveva peso
non posso dire che fosse come una piuma, anche una piuma ha il suo peso
la separazione non aveva peso, era lì.
Il tempo avanza, rapido, il mezzo delle notti viene verso di noi.
Camminiamo nel buio delle muraglie medievali che toccan le stelle.
Il tempo scorre rapido, a ritroso.
L’eco del risuonare dei nostri passi c’insegue come una muta di cani
gialli e famelici che corrano davanti a noi.
Il demonio fa un giro attorno all’università
degli Jagelloni, affondando le unghie nelle pietre:
cerca di fare a pezzi l’astrolabio di Copernico
ereditato dagli arabi;
e sulla piazza, sotto gli archi del mercato dei pannaioli, danza
il rock ’n roll con gli studenti dell’università cattolica.
Il tempo avanza, rapido, ci avviciniamo al mezzo delle notti.
Sulle nuvole si riflette il rosso delle officine di Nova-Huta;
là i giovani operai venuti dai villaggi, versano col metallo
la loro anima a piena fiamma negli stampi.
La fusione delle anime è mille volte più difficile
di quella dei metalli.
L’araldo che dà le ore sul campanile della chiesa alla Vergine
ha scandito la mezzanotte;
il suo grido, venuto dal medioevo, risuona,
annunzia che il nemico si avvicina alle mura
poi tace all’improvviso
con la freccia piantata nella gola.
L’araldo muore, la pace sia con lui.
Grande è il dolore di chi vede il nemico
avvicinarsi, ed è ucciso
prima di poter dare l’allarme.
Il tempo avanza rapido, e il mezzo della notte resta indietro
come un molo le cui luci si siano spente.
A un tratto, all’alba, l’espresso entra nella stazione.
Praga era nella pioggia
cofano incrostato d’argento sul fondo di un lago.
Ne sollevai il coperchio.
Dentro vi dorme una giovane donna, tra uccelli di cristallo,
i suoi capelli son di fieno biondo, le sue ciglia azzurre,
le labbra rosse e piene lievemente imbronciate.
Da anni non s’era immersa in un sonno così profondo.
Richiusi il cofano, lo caricai sul furgone.
All’improvviso, senza rumore, l’espresso si mise in moto;
lo guardai che s’allontanava, le braccia penzoloni.
Praga era nella pioggia.
Vorrei riacchiappare il tempo:
la polvere dorata della sua corsa mi resta fra le dita.
Nel vagone letto, una donna dorme nella cuccetta più in basso,
da anni non s’era immersa in un sonno così profondo.
I suoi capelli son fieno biondo, le ciglia azzurre,
e le mani, le mani sembrano candele su candelieri d’argento.
Non potevo vedere chi dormisse nella cuccetta più in alto
se c’è qualcuno non sono io
può darsi che la cuccetta di su sia vuota
che il viaggiatore sia rimasto a Mosca.
Vorrei riacchiappare il tempo:
la polvere dorata della sua corsa mi resta fra le dita.
La nebbia ha ricoperto la terra di Polonia
ha ricoperto anche Brest.
Sono due giorni che gli aeroplani non possono
né decollare né atterrare;
ma i treni vanno e vengono, passano attraverso gli occhi
dalle pupille accecate.
Nel vagone ristorante ho bevuto un latte acido che si chiama kefir.
La cameriera mi ha riconosciuto
ha visto due mie commedie in un teatro di Mosca.
Alla stazione ero atteso da una giovane donna
aveva i capelli di fieno biondo, le ciglia azzurre
e il collo lungo e rotondo
e la vita sottile come quella di una formica.
La presi per mano e andammo.
Andammo sotto il sole facendo crepitare la neve
sotto i nostri passi.
Quell’anno, la primavera era venuta più presto;
in quei giorni, un messaggero era partito per Venere;
Mosca era felice, io ero felice, eravamo felici.
Ti ho persa a un tratto in piazza Majakovskij, all’improvviso ti ho persa,
eppure non era all’improvviso: avevo già perso il calore
della tua mano nella mia mano
poi ho perso il dolce peso della tua mano sulla mia palma
poi la tua mano.
La separazione era cominciata da tempo, da quando le nostre dita
s’eran toccate la prima volta, eppure
t’ho persa così, tutt’a un tratto.
Fermavo le macchine sul mare d’asfalto, guardavo dentro, non c’eri.
I viali son bianchi di neve, si vedono tante tracce
ma non le tue.
Con gli stivali, con le scarpette leggere, con le calze, nudi
io riconosco subito l’impronta dei tuoi passi
Ho domandato ai metropolitani
non l’avete vista?
Se ha tolto i guanti, come non notare le sue mani
le sue mani son come candele su candelieri d’argento.