Sylvia Plath

Sylvia Plath

Sylvia Plath from Gordon Ames Lameyer Papers probably from the Summer of 1953.

 

Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963) è stata una poetessa e scrittrice statunitense.
Conosciuta principalmente per le sue poesie, ha anche scritto il romanzo semi-autobiografico La campana di vetro (The Bell Jar) sotto lo pseudonimo di Victora Lucas. La protagonista del libro, Esther Greenwood, è una brillante studentessa dello Smith College, che inizia a soffrire di psicosi durante un tirocinio presso un giornale di moda newyorkese. La trama ha un parallelo nella vita di Plath, che ha trascorso un periodo presso la rivista femminile Mademoiselle, successivamente al quale, in preda a un forte stato di depressione, ha tentato il suicidio.
Assieme ad Anne Sexton, Plath è stata l’autrice che più ha contribuito allo sviluppo del genere della poesia confessionale, iniziato da Robert Lowell e William De Witt Snodgrass. Autrice anche di vari racconti e di un unico dramma teatrale a tre voci, per lunghi periodi della sua vita ha tenuto un diario, di cui sono state pubblicate le numerose parti sopravvissute. Parti del diario sono invece state distrutte dall’ex-marito, il Poeta Laureato inglese Ted Hughes, da cui ebbe due figli, Frieda Rebecca e Nicholas. Morì suicida all’età di trent’anni.
Nata in un distretto di Boston da genitori immigrati tedeschi; la madre, Aurelia Schober, apparteneva ad una famiglia austriaca emigrata nel Massachusetts, abituata in casa a parlare solo tedesco, mentre suo padre, Otto Emil Plath, professore di college, figlio di genitori tedeschi, si trasferì in America a sedici anni per diventare in seguito uno stimato entomologo, in particolare in materia di api.
Sylvia Plath dimostrò un talento precoce, pubblicando la sua prima poesia all’età di otto anni. Nello stesso anno, suo padre morì di embolia in seguito ad un’operazione chirurgica (complicazioni per un diabete non diagnosticato), il 5 ottobre 1940. La scrittrice continuò a cercare di pubblicare poesie e racconti su varie riviste americane, raggiungendo un successo marginale. Sylvia Plath soffrì durante tutta la sua vita adulta per una grave forma di depressione ricorrente tra periodi di intensa vitalità. Era entrata nello Smith College con una borsa di studio nel 1950, ma nel penultimo anno fece il primo tentativo di suicidio. In seguito descrisse la crisi che l’aveva colpita nell’estate e inverno 1953 nel romanzo semi-autobiografico, La campana di vetro (The Bell Jar).

Al tentativo di suicidio segue il ricovero in un istituto psichiatrico, il McLean Hospital, dove le verrà diagnosticato il disturbo bipolare. Uscita dall’ospedale si laurea, ottenendo la lode nel 1955. Sylvia Plath ottenne una borsa di studio Fulbright per l’università di Cambridge, dove continuò a scrivere poesie, pubblicando a volte le sue opere sul giornale studentesco Varsity.
A Cambridge conobbe il poeta inglese Ted Hughes. Si sposarono il 16 giugno 1956. Plath e Hughes trascorsero il periodo dal luglio 1957 all’ottobre 1959 vivendo e lavorando negli Stati Uniti. Sylvia Plath insegnò allo Smith College. I due si trasferirono poi a Boston dove Plath partecipò a dei seminari con Robert Lowell.
Questo corso di ‘creative writing’ ebbe profonda influenza sul suo stile. L’altra frequentatrice di questo corso fu Anne Sexton. In questo periodo Plath e Hughes incontrarono per la prima volta William Merwin, il quale ammirò i loro lavori e rimase loro amico per tutta la vita. Venuti a conoscenza del fatto che Sylvia Plath era incinta, ritornarono in Gran Bretagna.

Sylvia Plath e Ted Hughes vissero per un breve periodo a Londra ed in seguito si stabilirono a North Tawton, piccola città commerciale nel Devon. Sylvia Plath pubblicò la prima raccolta di poesie, The Colossus, in Inghilterra, nel 1960. Nel febbraio 1961 abortì; diverse poesie fanno riferimento a questo evento. Il matrimonio si incrinò e i due si separarono poco dopo la nascita del loro secondo figlio. La loro separazione traumatica fu dovuta alla relazione che Hughes aveva iniziato con Assia Wevill, moglie di un amico poeta.

Sylvia Plath ritornò a Londra con i figli, Frieda e Nicholas. Affittò un appartamento in una casa dove aveva abitato William Butler Yeats; ne fu estremamente contenta e lo considerò un buon presagio quando cominciò il procedimento legale per la separazione. L’inverno tra il 1962 e il 1963 fu molto duro. Scrisse intorno a questo periodo il romanzo La campana di vetro (The Bell Jar), pubblicato nel 1963 con lo pseudonimo di Victoria Lucas.

L’11 febbraio 1963 era passato solo un mese dalla pubblicazione del romanzo quando Sylvia Plath si tolse la vita: sigillò porte e finestre ed inserì la testa nel forno a gas, non prima di aver scritto l’ultima poesia intitolata “Orlo” ed aver preparato pane e burro e due tazze di latte da lasciare sul comodino nella camera dei bambini. Secondo Al Alvarez e altri studiosi, in realtà non aveva intenzione di uccidersi, ma soltanto di rivolgere all’esterno un’estrema richiesta d’aiuto, “… che disgraziatamente fece fiasco”; ella sapeva, infatti, che quella mattina sarebbe passata in visita una ragazza australiana, e aveva lasciato inoltre un biglietto con scritto un numero di telefono del suo medico, e le parole: “Per favore chiamate il dottor…”.

È seppellita nel cimitero di Heptonstall, nel West Yorkshire.

Pubblicazioni postume
Hughes si occupò dei beni letterari di Sylvia Plath. Distrusse l’ultimo volume del diario della donna, che descriveva il periodo trascorso insieme. Nel 1982, Sylvia Plath divenne la prima poetessa a vincere il Premio Pulitzer per la poesia dopo la morte (per The Collected Poems).
Molta critica femminista accusa Hughes di aver tentato di controllare le pubblicazioni postume per censura affettiva. Hughes negò ciò, anche se si accordò con la madre di Sylvia Plath, Aurelia, quando questa cercò di bloccare la pubblicazione delle opere più controverse di sua figlia negli Stati Uniti. Nella sua ultima raccolta, Birthday Letters, pubblicata prima di morire, Hughes ha rotto il silenzio, confessando alla pagina il suo irriducibile affetto per Plath. La copertina fu disegnata da Frieda Rebecca, ormai anch’ella affermata poetessa nel Regno Unito. Il peso dell’influenza di Hughes sulla poetica di Plath è oggetto di un incessante dibattito.

Opere
Alcune opere ad “edizione limitata” furono pubblicate da editori specialisti, spesso in numero esiguo.
Poesia
The Colossus (1960)
Poppies in July (1962)
Ariel (Plath)|Ariel (1965)
Crossing the Water (1971)
Winter Trees (1972)
The Collected Poems (1981)
Prosa
La campana di vetro (The Bell Jar, 1963) sotto lo pseudonimo di ‘Victoria Lucas’
Letters Home (1975) a cura di sua madre
Johnny Panic and the Bible of Dreams (1977) (l’edizione inglese contiene due storie che quella statunitense non possiede)
The Journals of Sylvia Plath (1982)
The Magic Mirror (1989), la sua tesi di laurea allo Smith College
The Unabridged Journals of Sylvia Plath, a cura di Karen V. Kukil (2000)
Libri per bambini
The Bed Book (1976)
The It-Doesn’t-Matter-Suit (1996)
Collected Children’s Stories (UK, 2001)
Mrs. Cherry’s Kitchen (2001)

APPROFONDIMENTI

Nell’estate del 1953 ci fu il primo serio tentativo di suicidio: dopo aver ingerito un intero flacone di sonniferi fu trovata in fin di vita dal fratello, nascosta nello scantinato di casa. Ricoverata, subi l’elettroshock come un’esperienza terribile ed atroce. Il racconto di quell’estate è stato da lei romanzato nello splendido (ed unico) romanzo che abbia mai scritto: “La campana di vetro”. Una borsa di studio la portò in Inghilterra e a Cambridge; conobbe e sposò il poeta Ted Hughes, con cui ebbe due figli. Nel 1962 la separazione dal marito (che aveva un amante). Nel 1963 il suicidio.

Frieda Rebecca nascerà il 1 aprile 1960. Il 6 febbraio 1961 Sylvia ebbe un aborto spontaneo che trasporterà nella poesia Parliament Hills Fields. Nicholas Farrar nascerà il 17 gennaio 1962. Il 18 maggio dello stesso anno Sylvia Plath e Ted Hughes conosceranno i loro vicini, il poeta David Wevill e Assia Gutman: tra Assia e Ted scatterà un’attrazione immediata, lo riconoscerà 35 anni dopo, Ted, nelle sue Lettere di Compleanno; se ne rende conto Sylvia subito e il giorno dopo scriverà Event e Rabbit Chatcher. Tra giugno e luglio del 1962 Assia e Ted diventeranno amanti, il 9 luglio Sylvia affronterà Ted, prenderà i bambini e andrà via di casa, dirà in seguito a proposito: “Quando dai a qualcuno tutto il tuo cuore e lui non lo vuole, non puoi riprenderlo indietro. Se ne è andato per sempre”. La separazione da Ted e il dolore non verranno più confidate ai Diari, ma alle Letters Home (di difficile reperibilità in Italia) destinate alla madre e al fratello. Il 1962 e i mesi precedenti al suicidio segneranno il periodo più prolifico di Sylvia, tanto che alla madre scriverà: “(…) sono una scrittrice di genio:ce l’ho dentro. Sto scrivendo le poesie migliori della mia vita; mi daranno la fama”. L’8 febbraio dell’anno dopo Ted cercherà una riconciliazione, nessuno saprà cosa accadde. L’11 febbraio Sylvia si toglie la vita.

“Per me il presente è l’eternità e l’eternità è sempre in movimento, scorre, si dissolve. Questo attimo è vita. E quando passa, muore. Ma non si può ricominciare a ogni nuovo attimo, ci si deve basare su quelli già morti. È un po’ come le sabbie mobili… senza scampo fin dall’inizio. Un racconto, un quadro, possono far rivivere un poco la sensazione, ma mai abbastanza, mai abbastanza. Niente è reale, eccetto il presente, e io mi sento già soffocare sotto il peso dei secoli. Un centinaio di anni fa una ragazza ha vissuto come vivo io. Poi è morta. Io sono il presente, ma so che anch’io me ne andrò. L’istante sublime, la fiamma che consuma arriva e subito scompare: sabbie mobili, sempre. E io non voglio morire”.

Sylvia Plath tra poesia e mito

I think I would like to call myself “The girl who wanted to be God”
(Sylvia Plath, Words)

Perché continuiamo a leggere Sylvia Plath, a cinquantadue anni dalla sua morte, e ad immedesimarci nei suoi scritti?
Perché Sylvia Plath incarna e simboleggia la dicotomia che ogni donna (e, in una certa misura, ogni essere umano) si trova ad affrontare: l’eterna lotta tra essere e dover essere, tra io privato e io pubblico. La disperata ricerca di conformarsi allo stereotipo di ragazza americana (sana, bella, intelligente, simpatica, sportiva, competitiva) cercando di nascondere, dietro questa patina dorata, il suo essere una ragazza di vetro sotto una campana di vetro.

Questa dicotomia viene analizzata da Ginevra Bompiani nel suo Lo spazio narrante, e viene messa in relazione con la poetica della Plath.
Nell’estate del 1954, Sylvia cerca di dare forma concreta (e ironica) alle contraddizioni che le straziano l’anima (l’anno precedente la ragazza aveva cercato di uccidersi ed era stata ricoverata in una serie di cliniche psichiatriche, dove aveva sperimentato una delle sue più grandi paure, l’elettroshock; l’intera esperienza viene raccontata dalla Plath nel suo unico romanzo, The Bell Jar, La campana di vetro) tingendosi i capelli biondo platino.

Il suo io biondo platino rappresenta il suo tentativo di ribellarsi all’io bruno, “…la grigio vestita, sobria, bevitrice d’acqua, presto-a-letto, economa, pratica ragazza che ero diventata…” (da una lettera alla madre del 13 ottobre 1954).
Non stupisce dunque che Sylvia abbia scelto come argomento di tesi il tema della doppia personalità in Dostoevskij, né che elementi come lo specchio, l’acqua, il riflesso, le ombre, i gemelli diventino parte integrante dell’immaginario mitico della sua poesia. La cura rigorosa, quasi maniacale della forma e dello stile serve a contenere, a plasmare quelle poesie che “…non sono ispirate da nient’altro che un ago o un coltello o quel che sia” (da una dichiarazione per la BBC del 1963, prima di un suo reading di poesie).
Non c’è tuttavia una contraddizione tra un “io vero” e un “io falso” nella Plath: la poetessa accetta il mondo per quello che è, pur vedendolo come una comunità a lei estranea in cui ha bisogno di essere riconosciuta.
Per questo motivo Sylvia cerca di conformarsi e di accettare quelle regole che la vogliono studentessa modello, figlia affezionata, moglie innamorata, madre devota. La Sylvia delle lettere è la Sylvia pubblica, la Sylvia bruna: tutta la vita degli affetti appare nelle sue corrispondenze costante e tale da riscuotere l’approvazione dell’Americano medio. Nelle lettere, Sylvia dichiara di amare sua madre, suo fratello, le amiche, i bei ragazzi alti e sportivi.
La Sylvia bionda, che non ha bisogno di essere riconosciuta, emerge nelle sue poesie: qui viene fuori l’odio/amore per la madre, garante della Sylvia convenzionale, che si rifiuta di accettare la confusione, i problemi mentali della figlia.
Le lettere di Sylvia alla madre sono sempre piene di affetto e di riconoscenza nei suoi confronti, in contraddizione con l’insofferenza e il rancore che emergono in The Bell Jar; Aurelia, la madre-vampiro, non deve, non può vedere sua figlia come quel calice di cristallo, prossimo a frantumarsi, come quella ragazza di vetro dentro una campana di vetro dopo che Ted l’ha lasciata. Silvia, spezzata dal dolore, proibisce alla madre di raggiungerla a Londra.
Un’altra delle colpe imputate alla madre Aurelia è la morte del padre Otto. Quest’ultimo aveva deciso che sarebbe morto precocemente di malattia e si era autodiagnosticato un tumore, chiudendosi nelle sue stanze e vivendo totalmente alienato dai figli. In realtà, Otto sarebbe morto nel 1940 di diabete. Per Sylvia, il padre avrebbe rappresentato, nel suo immaginario poetico, la volontà di morte.
Altro rapporto problematico è quello col fratello Warren. A due anni e mezzo, mentre Sylvia cammina sulla riva del mare (che identifica come il suo elemento naturale; appena in grado di gattonare, Aurelia l’aveva portata sulla spiaggia e Sylvia si era diretta con decisione verso l’onda) le viene annunciato l’arrivo del fratello.
La bambina, mentre riflette su quest’inaspettata notizia dalle prospettive incerte, avverte per la prima volta la “separatezza” di ogni cosa:
Avvertii la parete della mia pelle: Io sono Io. Questa pietra è una pietra. La mia meravigliosa fusione con le cose di questo mondo era finita.
Sylvia definisce quel giorno “l’orribile compleanno dell’alterità”, data in cui ha inizio il suo esilio dall’unità.
Tutti questi elementi si ritrovano nell’immaginario poetico di Sylvia, che la Bompiani ricollega a quello che Northrop Frye in The Secular Scripture definisce “the Night World”, la terza fase di discesa negli Inferi, nell’utero della terra. Questa fase è caratterizzata da sofferti riti di passaggio, parte del ciclo della morte e della rinascita; da sacrifici umani; da una progressiva, solitaria alienazione; da figure oracolari e dal tema del Doppelgänger, il doppio, che si ritrova in elementi quali lo specchio.
Nella raccolta The Colossus (Il Colosso), la figura maschile è legata all’abisso e alle profondità marine. I suoi colori sono quelli dei fondali dell’abisso: il fango, il nero, il verde.
La figura femminile appartiene invece alla superficie; è algida e fredda, pallida come la luna, bianca come il ghiaccio.
La sapienza di questo mondo di uomini marini e vergini lunari è oracolare: la conoscenza non arreca sollievo e non può essere salvifica, ma pura consapevolezza di un destino ineluttabile.
Il sangue invece è la vita, il suo calore, la terra, il corpo, il sesso: non a caso il primo rapporto sessuale di Sylvia/Esther in The Bell Jar culmina in un’emorragia.
Le nozze di Sylvia e Ted sono nozze di sangue: nella sua poesia Pursuit (Inseguimento), Sylvia scrive:
There is a panther stalks me down:
One day I’ll have my death of him;

I hurl my heart to halt his pace,
To quench his thirst I squander blood;
He eats, and still his need seeks food,
Compels a total sacrifice.

(C’è una pantera che m’incalza:
un giorno me ne vorrà morte.

Scaglio il mio cuore per fermarne il passo,
per spegnerne la sete effondo il sangue;
lui mangia, e ancora il suo bisogno vuole cibo,
pretende un assoluto sacrificio.)
(da Sylvia Plath – Tutte le poesie, Oscar Mondadori, trad. Anna Ravano).

Da queste nozze di sangue nasce la Sylvia, poetessa.
Not easy to state the change you made
If I’m alive now, then I was dead.
Though, like a stone, unbothered by it,
Staying put according to habit.
You didn’t toe me just an inch, no –
(Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta
anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.
Tu non ti limitasti a spingere un po’ col piede, no –
(Love Letter – Lettera d’amore, da Sylvia Plath – Tutte le poesie, Oscar Mondadori, trad. Anna Ravano).

Dopo il matrimonio con Ted, la maternità diventa un altro elemento essenziale della poesia di Sylvia: è per la poetessa un’esperienza profondamente simbolica e salvifica, perché trasmette la vita. La madre si rigenera nel figlio, mentre il padre scompare (come Otto era scomparso per la sua volontà di morte, come Ted scompare per inseguire Assia).
Nel suo poemetto a tre voci Three Women (Tre donne), trasmesso dalla BBC nell’agosto del 1962, la maternità viene rappresentata in tutti i suoi aspetti e tutti i suoi contrasti, senza idilli né idealizzazioni. Le protagoniste sono tre donne: una ragazza madre che abbandona il bambino (il rifiuto); una donna che lo perde (l’incapacità; Sylvia stessa perde un bambino, tra Frieda e Nicholas); la donna che abbraccia la sua nuova condizione di madre (l’accettazione).
La Bompiani osserva che il viaggio poetico di Sylvia coincide anche col suo viaggio esistenziale: la maturità poetica coincide con la fine del viaggio.
Al Alvarez, saggista inglese che era anche stato amico della Plath, nel suo The Savage God, una riflessione sul suicidio, osserva che “la poesia di quest’ordine è un’arte omicida”: la poesia succhia a Sylvia la vita che le è rimasta, taglia i suoi ultimi legami col mondo, traduce in morte il desiderio di morte. I versi sono specchio ed emulazione di una tragedia per attrice sola, un monologo che vede come protagonista Sylvia, chiusa nella sua campana di vetro, in un freddissimo inverno londinese.
La poesia, non l’amore, ha fatto nascere e rinascere Sylvia Plath.
Attraverso la poesia Sylvia Plath conosce e riconosce la realtà, quella stessa realtà che non riesce ad accettare.
Di quella stessa poesia la ragazza di vetro, la ragazza che voleva essere Dio, muore.

Scrive Robert Lowell, nella prefazione di “Ariel”:

E’ straziante, riandando al passato, capire che il segreto dell’ultima irresistibile fiammata di Sylvia Plath e’ nascosto nella discrezione, nel garbo estremo della sua penosa timidezza. Non e’ mai stata una mia allieva, ma per due mesi circa, sette anni fa, segui’ il mio corso di poesia alla Boston University. La rivedo, opaca contro il cielo luminoso di una finestra priva di qualsiasi panorama ….. Era alta, snella, con il busto lungo e fragile, i gomiti aguzzi, era nervosa, imbarazzata, gentile — una presenza tesa e brillante che la timidezza paralizzava. La sua umiltà, la sua disponibilità ad accettare tutto quanto veniva generalmente ammirato parevano darle a volte un’esasperante docilità che nascondeva la sua pazienza e la sua audacia fuori moda. Ci mostro’ allora poesie che in seguito, più o meno cambiate, vennero pubblicate nel suo primo libro, The Colossus. Erano poesie dai toni bassi, perfette nella struttura, facili all’allitterazione e a un’angoscia dolente ed intimista. Un bastardo che si sforza di galoppare / Spinge lo sciame dei gabbiani a volar via dal litorale
Non prestai allora, ne’ saprei dire perché, un’attenzione molto profonda a nessuna di quelle poesie. Avvertii la sua raffinatezza, la sua confusione, e non seppi immaginare la sua stupefacente, trionfante completezza futura”
“In queste poesie, scritte negli ultimi mesi della sua vita e spesso tumultuosamente composte in ragione di due o tre al giorno, Sylvia Plath diviene se stessa, diviene un’entità immaginaria, appena creata……non un individuo, ne’ una donna, ne’ certo un’altra ‘poetessa’, ma una di quelle grandi eroine classiche, più che reali, ipnotiche. (…..) Tutto in queste poesie e’ personale, una confessione profondamente sentita, ma in lei il modo di sentire e’ una controllata allucinazione, l’autobiografia di una febbre. Brucia dall’ansia di muoversi, per una passeggiata, una cavalcata, un viaggio, il volo dell’ape regina, costretta ad avanzare dal battito ansante del suo cuore. Il titolo Ariel evoca il personaggio shakespeariano, lo spiritello adorabile ma curiosamente agghiacciante nella sua ambiguità virile, ma per la verità Ariel e’ qui il cavallo dell’autrice. Pericolosa, più potente dell’uomo, efficiente come una macchina grazie ad un duro allenamento, lei stessa ricorda un cavallo da corsa, che galoppa senza sosta tendendo spasmodicamente il collo, superando uno dopo l’altro ostacoli di morte. (….) Ma quanto vi e’ in lei di più eroico non e’ la sua forza, piuttosto la disperata semplicità del suo controllo, la sua mano d’acciaio dal tocco modesto, femminile. …..”

“”Il mio problema? Non abbastanza libertà di pensiero, freschezza di linguaggio. Troppi cliché e troppe associazioni forzate, annidati nel subcosciente. Poca originalità. Troppa cieca adorazione per i poeti moderni e poca analisi e pratica.” (Sylvia Plath, Diari)

La mattina dell’11 febbraio del 1963, esattamente 50 anni fa, Sylvia Plath preparava la colazione per i suoi due bambini, ancora addormentati, nel suo appartamento di Londra. Deponeva sul comodino pane e latte e spalancava la finestra della loro stanza. Poi si recava in cucina, sigillava la porta, infilava la testa nel forno, apriva il gas e si suicidava. Aveva solo 31 anni e non poteva immaginare che, dopo la sua morte, sarebbe stata considerata una delle voci poetiche più potenti del Novecento e che il suo gesto sarebbe diventato il simbolo delle rivendicazioni femministe di mezzo mondo.

Fino alla fine della sua esistenza, la Plath si sentì in bilico tra la volontà di realizzarsi come scrittrice e la necessità di incarnare il modello di moglie e madre chiuso nei rigidi schemi degli anni Sessanta: lo stesso mondo asfittico perfettamente descritto da Richard Yates nel bellissimo Revolutionary Road . Fu un periodo terribile per le donne, specie se intelligenti e ambiziose. La battaglia per l’emancipazione femminile doveva ancora iniziare e il conformismo, i rigidi schemi sociali, l’isolamento in cui si rischiava di precipitare in seguito a disturbi depressivi venivano curati solo a suon di valium e elettroshock, come la stessa Plath ebbe modo di sperimentare.

Oggi più che mai vale la pena di conoscere quest’autrice. Imprescindibili i Diari , le Poesie – appena ripubblicate negli oscar Mondadori con il testo inglese a fronte – e il suo unico romanzo : tutti carichi di pareri illuminanti sulle donne, la maternità, il matrimonio, il tradimento, la depressione e il suicidio. Questo è ciò che Sylvia Plat ci ha lasciato, riassunto in cinque riflessioni.

– Un messaggio rivolto a tutte le donne, da non dimenticare. Poco prima di suicidarsi Plath scrisse un romanzo profondamente autobiografico, La campana di vetro . Vi narrò la propria storia, utilizzando come protagonista una promettente studentessa schiacciata dalla società newyorkese degli anni Cinquanta. Ancora oggi questo libro è un attualissimo diario di disperazione e proprio per questo rappresenta un invito potente a non arrendersi e a reagire. Perché nessuno ceda a farsi volontariamente annientare dalla campana di vetro che ci circonda, qualunque essa sia.

– Un modo naturale e nuovo per avvicinarci alla poesia. Quando si leggono i suoi versi è difficile non pensare di conoscere personalmente questa autrice. Il suo mondo è il nostro, perché parla di cose semplici e vere: dalla sensazione che si prova avendo un dito tagliato mentre si affettano le verdure al modo giusto per prendere un bambino per mano, all’allegria dei palloncini tenuti in casa dopo il giorno di Natale. Tante piccole cose, esperienze reali e vicine che appartengono al vissuto di ognuno di noi.

– Un invito a coltivare le proprie passioni, sempre. Sylvia faceva la mamma di giorno e scriveva di notte. Si dedicò strenuamente a realizzare se stessa e, tra mille sofferenze, ci riuscì. Purtroppo non lo seppe mai, ma nel 1982 la sua dedizione le valse anche il premio Pulitzer per la poesia come riconoscimento postumo.

– Un linguaggio potente e preciso basato sulle parole comuni. Le parole utilizzate da questa scrittrice non sono auliche o ricercate. Forse proprio per questo riescono ad essere sempre perfette. Entrano e restano nei nostri pensieri, restituendo immagini precise e indelebili.

– Un registro unico per scrivere e comunicare. Le sue opere sono state un atto d’amore che ha rivoluzionato la poesia e la scrittura. La sua euforia, l’intensità e la forza presenti nelle sue creazioni sono tangibili, scavano nella nostra mente e arrivano dritte a destinazione. E lì restano. Sono un monito contro ogni depressione e ci danno la certezza di aver incontrato una grande scrittrice.”

Antonella Sbriccoli – Panorama